Parigi, 2015

La Francia è il paese più visitato del mondo (84 milioni di visitatori nel 2015). Inevitabile che giungendo a Parigi in pieno agosto per un breve week-end il mio interesse è caduto soprattutto sull’elemento che principalmente caratterizza il paesaggio urbano della capitale francese: la massa di turisti. Bianchi, neri, gialli, affannati, sudati, da soli o in gruppi o grupponi, quasi tutte le lingue del mondo concentrate in pochi arrondissement, insomma uno spettacolo nello spettacolo.

Guardavo il turista che guarda la città e, da fotografo, non posso che notare il suo vorace desiderio di affettarla in miliardi di file jpg da godere sul monitor dello smartphone immediatamente dopo lo scatto. “Il reale assomiglia a quello che vedo sullo schermo?” sembrano tutti chiedersi. Ai tempi della pellicola lo scatto era un atto di fede (“speravi” che l’immagine potesse essere venuta bene, l’avresti scoperto solo ritornando a casa, giorni o settimane dopo) ora è un gesto compulsivo con cui fortemente desideri ed esigi che il ricordo visivo sia il più fedele possibile alla sensazione contestuale. Scatti e controlli, riscatti e ricontrolli. La fotografia non è più la “scatola magica” della Kodak Instamatic bensì una utilities (come l’acqua potabile o l’energia elettrica), non crea più meraviglia (beffardamente in un’epoca in cui la tecnologia permette a chiunque di realizzare immagini meravigliose), rimane solo un sottofondo, un brusio visivo, una massa di byte che occupano milioni di terabyte sui server dei social networks.

Emblematica l’immagine della signora vestita di rosso che alza il tablet sopra la staccionata per scattare l’ennesima foto alla Torre Eiffel: sembra rappresentare la separazione percettiva tra il turista e la realtà fattuale, lo strumento fotografico è il medium che mette in contatto la nostra percezione con la concretezza, come se non sapessimo più toccare con mano, come se fosse venuto meno l’istinto dell’esperienza diretta con il mondo che ci circonda.

La ricaduta più ovvia è che il viaggio della nostra persona oggi si compie attraverso i “selfie” (il cui gadget più intrusivo, la selfie stick, è un best seller tra i venditori di strada senegalesi). Noi dentro al paesaggio, ai piedi del monumento, innanzi all’opera artistica, di fronte alla specialità culinaria locale… e così via. Non si vive più l’istante, si rivive solo, e lo si fa tramite la visione bidimensionale del noi in un momento che, cosa tristissima a pensarci, è ormai passato. Quante persone ho invece visto sedute semplicemente a contemplare la straordinarietà di questa sempre meravigliosa città? Poche, peccato.

Copyright © 2015 Roberto Caucino

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Landscape photography with iPhone6

iPhone 6, come tutti gli altri smartphone, ha una piccola fotocamera incorporata, piccolissimo l’obiettivo e di conseguenza il sensore. Il mantra della foto di paesaggio – bigger is better – valeva ai tempi della pellicola e vale ancor oggi con il sensore digitale: una superficie più ampia offre più dettagli e una gamma dinamica migliore, ne risulta una foto più nitida ma al tempo stesso con passaggi tonali più morbidi e gradevoli. E’ tutto vero, confermo. Le immagini generate dagli smartphone possono essere accetabili se visualizzate sullo schermo dell’apparecchio, molto meno quando vengono ingrandite al 100% e analizzate a monitor di pc. Per me è un po’ una sfida aver quindi voluto provare a utilizzare uno smartphone al posto di un apparecchio professionale, un moltiplicatore di prezzo non indifferente ma un’altrettanto ben evidente differenza nella qualità oggettiva dell’immagine. Utilizzando però la funzione “panorama” l’iPhone 6 mi permette di realizzare ineccepibili foto panoramiche con una facilità e velocità disarmante, quanto di più lontano concepibile rispetto all’approccio dei grandi fotografi paesaggistici, da Ansel Adams a Vittorio Sella a Gabriele Basilico. Eppure anche questo è paesaggio, non di qualità esoterica ma più che adatto per illustrare piccoli reportage naturalistici come un’escursione in montagna: in questo caso al monte Taou Blanc e ai laghi del Nivolet in Valle d’Aosta.

Sullo spartiacque fra Piemonte e Val d’Aosta il colle del Nivolet collega la Valle dell’Orco con la Valsavarance. Con i suoi 2612 mt è uno dei passi asfaltati liberamente transitabili più alti delle Alpi e offre l’opportunità di accedere direttamente all’ambiente d’alta quota del Parco del Gran Paradiso. Intorno al valico il paesaggio è magnifico: laghetti, torbiere e piccole paludi circondate da picchi rocciosi e cime innevate, un’area dove sono facilmente avvistabili stambecchi, camosci e marmotte. Grazie alla quota elevata il colle del Nivolet è anche punto di partenza ideale per molte escursioni che in poche ore di cammino permettono di raggiunge cime che sfiorano i 3500 metri di quota. Una di queste è il Taou Blanc (3438 m) facilmente raggiungibile seguendo un sentiero che, superata la zona dei laghi, sale verso il colle Leynir, da cui ci si affaccia sul versante della valle di Rhémes, per poi guadagnare la vetta risalendo il dietritico versante ovest della montagna dalla cui cima si gode un panorama grandioso su tutto il massiccio del Gran Paradiso.
Copyright 2015 Roberto Caucino

Punto panoramico al colle del Nivolet (2612 m) uno dei più alti passi transitabili in auto in territorio italiano. Le nuvole temporalesche della notte si stanno diradando e un primo raggio di sole fa sperare in una giornata asciutta.

Poco sopra al colle Nivolet si trovano il lago Rosset (a sinistra) con la sua caratteristica isoletta e il lago Leitá, entrambi a circa 2700 m di quota. Sullo sfondo le tre cime del monte Levanna (3619 m), all'estrema destra Punta Basei (3338 m) con il suo piccolo ghiacciaio. Le cime rocciose a sinistra sono la Becca di Monciar (3535 m) e la Punta Fourá (3411m).

Poco sopra al colle Nivolet si trovano il lago Rosset (a sinistra) con la sua caratteristica isoletta e il lago Leitá, entrambi a circa 2700 m di quota. Sullo sfondo le tre cime del monte Levanna (3619 m), all’estrema destra Punta Basei (3338 m) con il suo piccolo ghiacciaio. Le cime rocciose a sinistra sono la Becca di Monciar (3535 m) e la Punta Fourá (3411m).

Su un immissario del lago Rosset troviamo una bella fioritura di Eriofori, i caratteristici fiori che al posto dei petali presentano una lanugine bianca e morbida, tanto da apparire come batuffoli di cotone. Siamo a 2800 m, all'estremo superiore del suo areale. Copyright 2015 Roberto Caucino

Su un immissario del lago Rosset troviamo una bella fioritura di Eriofori, i caratteristici fiori che al posto dei petali presentano una lanugine bianca e morbida, tanto da apparire come batuffoli di cotone. Siamo a 2800 m, all’estremo superiore del suo areale. Copyright 2015 Roberto Caucino

Dal colle Leynir (3083 m) sulla traccia di salita al Taou Blanc. A destra la punta del Leynir (3238 m), ai cui piedi giace il malridotto ghiacciaio della Vaudaletta con i suoi coloratissimi laghetti. Sullo sfondo la val di Rhémes dominata dal Grande Rousse (3640 m).

Sul sentiero che dai laghi del Nivolet porta al colle Leynir. La stupefacente varietà di roccia di questo ambiente quasi spoglio di vita vegetale lo rendono meravigliosamente affascinate. Copyright 2015 Roberto Caucino

Dal colle Leynir (3083 m) sulla traccia di salita al Taou Blanc. A destra la punta del Leynir (3238 m), ai cui piedi giace il malridotto ghiacciaio della Vaudaletta con i suoi coloratissimi laghetti. Sullo sfondo la val di Rhémes dominata dal Grande Rousse (3640 m).

Dal colle Leynir (3083 m) sulla traccia di salita al Taou Blanc. A sinistra la punta del Leynir (3238 m), ai cui piedi giace il malridotto ghiacciaio della Vaudaletta con i suoi coloratissimi laghetti. Sullo sfondo la val di Rhémes dominata dal Grande Rousse (3640 m).

La vetta del monte Taou Blanc (3438 m) è un punto d'osservazione privilegiato sul versante occidentale del massiccio del Gran Paradiso (4061 m) e sulla Valsavarence. A destra della cima principale si notano la Tresenta (3619 m, anni fa ne scalai in solitaria la ghiacciata parete nord-ovest visibile nella foto) e la piatta e candida cima del Charforon (3640m) un tempo meta ambita per la ripida salita di ghiaccio del suo versante ovest, oggi ormai impraticabile a causa del ritiro dei ghiacciai. A sinistra del "GranPa" si erge isolata la Grivola (3969 m). In primo piano vediamo il ghiacciaio di Aouille e l'omonima vetta di 3440 m. Copyright 2015 Roberto Caucino

La vetta del monte Taou Blanc (3438 m) è un punto d’osservazione privilegiato sul versante occidentale del massiccio del Gran Paradiso (4061 m) e sulla Valsavarence. A destra della cima principale si notano la Tresenta (3619 m, anni fa ne scalai in solitaria la ghiacciata parete nord-ovest visibile nella foto) e la piatta e candida cima del Charforon (3640m) un tempo meta ambita per la ripida salita di ghiaccio del suo versante ovest, oggi ormai impraticabile a causa del ritiro dei ghiacciai. A sinistra del “GranPa” si erge isolata la Grivola (3969 m). In primo piano vediamo il ghiacciaio di Aouille e l’omonima vetta di 3440 m. Copyright 2015 Roberto Caucino

Copyright 2015 Roberto Caucino

Sotto il sottobosco

L’anima che c’è sotto il sottobosco dove non tutto è nitido ma quelli che vogliono vedere la vedono bene.

Copyright © 2015 Roberto Caucino

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Canon 5D MkII
Canon 300 mm 2.8 L
1/400 @ f 2.8 – ISO 2500

Paesaggi diversi

La foto di paesaggio viene considerata statica, anzi è l’idealtipo di immagine statica, priva di movimento, di dinamicità. La foto di paesaggio viene realizzata con la macchina su cavalletto, con metodo e precisione. Viene goduta con attenzione, un quadro immutabile di un tratto cosmico eterno, un mattone in più nella nostra personale costruzione immaginifica della scenografia naturale di questo pianeta.
Invece la foto di paesaggio non è statica, non ho mai scattato due panorami uguali, la lancetta dei secondi porta sempre novità, figuriamoci i fogli del calendario. Alzare, spostare, mutare l’inquadratura modifica nella sostanza la consistenza dell’immagine. Possono introdursi elementi, possono scomparire elementi. Il sole si alza, tramonta, le nubi si sviluppano, si diradano. Ogni paesaggio è diverso, il paesaggio è diverso. Non voglio mummificarlo entro quattro lati di una cornice. Accostando due immagini, due inquadrature gemelle mosse da una rottura di luce, di tempo, di forma, l’occhio è costretto a rifocalizzarsi su quel che manca, su quello che si è aggiunto. La natura plastificata rivive, l’atteggiamento passivo di “presa d’atto” crolla come un sipario posticcio scoprendo la mutevolezza di un paesaggio condannato a variare.

Serie "Paesaggi diversi"  - foto 3

Serie “Paesaggi diversi” – foto 1

 

Serie "Paesaggi diversi"  - foto 2

Serie “Paesaggi diversi” – foto 2

 

Serie "Paesaggi diversi"  - foto 1

Serie “Paesaggi diversi” – foto 3

Daydream series

Chiudo gli occhi e fotografo quello che appare.

Daydream series (folder 3/1) - Copyright © 2015 Roberto Caucino

Daydream series (folder 3/1) – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Daydream series (folder 3/2) - Copyright © 2015 Roberto Caucino

Daydream series (folder 3/2) – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Daydream series (folder 3/3) – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Daydream series (folder 2/1) - Copyright © 2009 Roberto Caucino

Daydream series (folder 2/1) – Copyright © 2009 Roberto Caucino

 

Daydream series (folder 3/0) - Copyright © 2013 Roberto Caucino

Daydream series (folder 3/0) – Copyright © 2013 Roberto Caucino

 

 

Daydream I (preview). All Rights Reserved 2013 © Roberto Caucino.

Daydream I (preview). All Rights Reserved 2013 © Roberto Caucino.

 

All Rights Reserved © Roberto Caucino

 

La grotta, l’arco e la cascata d’Akhiam, un altro scrigno nascosto

Trekking alla grotta, l'arco e la cascata di d’Akhiam - Copyright © 2015 Roberto Caucino

Sostengo spesso che il Marocco può offrire al viaggiatore curioso sempre nuove occasioni per stupirsi: questa certezza si rafforza a ogni viaggio in terra africana. L’ultima occasione è stata la visita a un sito posto a dieci chilometri di cammino da Agoudal, il più elevato villaggio del Marocco, 2360 metri di quota sull’Alto Atlante. Ovviamente non se ne trova traccia sulle guide turistiche tipo Lonely Planet e pochissime informazioni ho reperito su internet – ci sono giunto solo perchè ho visto alcune foto ingiallite appese al muro della sala da pranzo dell’albergo, ho chiesto all’oste che mi ha subito organizzato un instant-trekking per la mattina seguente. Per giungere ai 2700 metri delle grotte d’Akhiam in inverno sono necessarie quattro ore di faticosa marcia nella neve: più che sufficienti a stroncare l’entusiasmo del turista più coriaceo ma non abbastanza per fermare il Dottor Livingstone di Cossato (a fine giornata la guida, un ex pastore abituato a correre su e giù per queste alture, mi ha fatto il miglior complimento che potevo aspettarmi “Cammini forte come un pastore di montagna”!). Comunque ne è valsa la pena: attraversi un paesaggio simile al sud ovest americano, roccia rossastra ammantata di neve candida, un fennec con le sue orecchione ti scruta e poi scappa via correndo sul manto gelato, annaspi nella neve risalendo una stretta valle per trovarti infine dinnanzi a un gigantesco arco di roccia, ad occhio alto almeno sessanta metri e ampio una trentina, formatosi per il collasso di una parte della volta di una ancor più grande cavità in fondo alla quale si apre una profonda grotta che si insinua nella montagna per centinaia di metri, grotta ricca di stalattiti e pozze d’acqua immobili che alimentano un torrente che esce alla luce del sole, corre giù per la conca, passa sotto l’arco e si getta con un grande salto, in parte congelato, in un laghetto fra spruzzi d’acqua e i colori dell’iride. Non so se sono riuscito a spiegarmi. In caso contrario allego qualche immagine che forse parlano ancor meglio. E questo è un posto praticamente sconosciuto, se fossimo negli USA o in Francia avrebbero già costruito intorno otto alberghi e un parco avventura. Forse è meglio quindi non farlo conoscere troppo… ma adesso voi sapete che esiste: buona passeggiata.

Trekking alla grotta, l'arco e la cascata di d’Akhiam - Copyright © 2015 Roberto Caucino

Trekking alla grotta, l’arco e la cascata d’Akhiam – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Trekking alla grotta, l'arco e la cascata di d’Akhiam - Copyright © 2015 Roberto Caucino

Trekking alla grotta, l’arco e la cascata d’Akhiam – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Trekking alla grotta, l'arco e la cascata di d’Akhiam - Copyright © 2015 Roberto Caucino

Trekking alla grotta, l’arco e la cascata d’Akhiam – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Trekking alla grotta, l'arco e la cascata di d’Akhiam - Copyright © 2015 Roberto Caucino

Trekking alla grotta, l’arco e la cascata d’Akhiam – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Trekking alla grotta, l'arco e la cascata di d’Akhiam - Copyright © 2015 Roberto Caucino

Trekking alla grotta, l’arco e la cascata d’Akhiam – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Trekking alla grotta, l'arco e la cascata di d’Akhiam - Copyright © 2015 Roberto Caucino

Trekking alla grotta, l’arco e la cascata d’Akhiam – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Trekking alla grotta, l'arco e la cascata di d’Akhiam - Copyright © 2015 Roberto Caucino

Trekking alla grotta, l’arco e la cascata d’Akhiam – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Trekking alla grotta, l'arco e la cascata di d’Akhiam - Copyright © 2015 Roberto Caucino

L’arco d’Akhiam – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Trekking alla grotta, l'arco e la cascata di d’Akhiam - Copyright © 2015 Roberto Caucino

Trekking alla grotta, l’arco e la cascata d’Akhiam – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Trekking alla grotta, l'arco e la cascata di d’Akhiam - Copyright © 2015 Roberto Caucino

L’ingresso della grotta di Akhiam – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Stalagniti di ghiaccio all'ingresso della grotta

Stalagmiti di ghiaccio all’ingresso della grotta

 

La grotta (illuminata solo dalla mia lampada frontale) - Copyright © 2015 Roberto Caucino

La grotta (illuminata solo dalla mia lampada frontale) – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

La cascata - Copyright © 2015 Roberto Caucino

La cascata – Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

"Il dottor Livingstone, suppongo."

“Il dottor Livingstone, suppongo.”

 

"Grazie Signor Stanley per la sua cortese proposta, ma devo continuare l'esplorazione del continente..."

“Grazie Signor Stanley per la sua cortese proposta, ma devo continuare l’esplorazione del continente…”

 

Il mappologo

Sono sempre stato un mappologo. Fin da ragazzino amavo scivolare su atlanti e cartine fisiche, politiche, stradali, mi abbandonavo a veleggiare su mari di inchiostro blu e azzurro, salivo e scendevo sulle curve di livello delle grandi montagne, percorrevo valli tortuose seguendo la linea dei corsi d’acqua che toccavano città che erano solo cerchietti concentrici neri, bianchi, rossi e varcavo frontiere segnate da righe tratteggiate e ogni tanto esploravo vaste e omogenee aree bianche e verdi e gialle e sognavo il giorno in cui avrei messo piede in quei gelidi poli, nelle inaccessibili foreste, nei deserti roventi.

Ancora adesso quando progetto un viaggio in primo luogo apro una cartina geografica e immagino il percorso: logico, efficace, elegante, che mi porti nei posti più interessanti nel modo più interessante. Ma un percorso che sia anche, come dire, percorribile con i mezzi che si hanno a disposizione. Così, se vuoi esplorare il Marocco meridionale, in quella zona che degrada lentamente dalle montagne dell’Atlante verso il tavolato pietroso sahariano, e hai a disposizione solo una Renault Clio targata VC, poca esperienza e molta ingenuità, allora scendi a compromessi con la logica, l’efficacia e soprattutto l’eleganza. E’ dal 1998 che quel percorso a zig-zag, irregolare, schizofrenico che dovetti seguire nel mio secondo viaggio in Marocco per passare da Ouarzazate a Zagora a Merzouga proprio non mi andava giù. Dalla moderna e cinematografica Ouarzazate discendere tutta la valle del Draa fino a Zagora e oltre a Tamegroute, per poi risalire a Ouarzazate, traversare dal Dades per giungere a Rissani e ridiscendere a Merzouga: assolutamente ridicolo. Che semplice e ovvio sarebbe stato invece traversare da Zagora e Merzouga direttamente per il deserto. Ho dovuto aspettare diciassette anni ma finalmente nel 2015 mi sono organizzato adeguatamente per affrontare coscientemente i duecentocinquanta chilometri di sabbia, pietre, guadi e montagne che separano le due città.

In blu il percorso schizofrenico del 1998 - in rosso il percorso 2015: da Merzouga (il punto giallo) a Zagora per la direttissima (la parte tratteggiata è pista off-road)

In blu il percorso schizofrenico del 1998 – in rosso il percorso 2015: da Merzouga (il punto giallo) a Zagora per la direttissima (la parte tratteggiata è pista off-road)

Nel deserto bisogna evitare due cose: insabbiarsi con l’auto (o incastrarla nei fossi o scassarla sulle pietraie) e perdere la strada. Il primo problema si evita con un’auto fuoristrada e con una saggia e attenta condotta del veicolo. Il secondo problema si risolve con una guida locale che sa dove e come trovare la traccia giusta. La versione contemporanea della guida è un navigatore satellitare caricato con la mappa della pista. Non che io sia refrattario alle nuove tecnologie (infatti in tasca avevo un navigatore satellitare caricato con la mappa della pista…) ma ad un aggeggio elettronico che può sempre scassarsi preferisco un paio di occhi abituati da una vita a percorrere quel reticolo di piste che sembrano andare in ogni direzione anche se poi si ricongiungono, forse, più avanti. I miei occhi si chiamavano Mustafa, uno sveglio ragazzo del minuscolo villaggio di Ouzina, poche case circondate da grandi dune ambrate a pochi chilometri dalla frontiera algerina. Con l’aiuto di papà e fratelli, Mustafa ha costruito, a mano, un alberghetto proprio nella parte iniziale della pista Merzouga – Zagora. Tutto il suo ufficio è però concentrato nel tascone laterale dei pantaloni dove trova posto uno smartphone xxl con cui telefona a clienti e collaboratori, invia e riceve email di prenotazione, legge i messaggi su What’s up, aggiorna il sito e la pagina Facebook… insomma un perfetto esempio di integrazione sociotecnologica, un melange di cultura e tradizioni diverse, un vero berbero del XXI secolo. Se ci penso fino a qualche anno prima era solo uno dei tanti bambini scalzi e impolverati che vedevamo accalcati a osservare sbigottiti le auto e moto della Paris-Dakar (il percorso originale della mitica gara passava proprio in mezzo al suo paesino): considerando la situazione svantaggiata da cui è partito è quindi ammirevole la capacità che ha dimostrato nello sfruttare a fini lavorativi le nuove tecnologie dell’era internet. Questo esempio conferma ancor più la mia idea che offrire alle popolazioni meno sviluppate un percorso scolastico, anche solo di base, e le giuste infrastrutture permette loro di crearsi un futuro slegato dal vizioso circolo degli aiuti a fondo perduto senza di cui l’unica alternativa è l’emigrazione verso paesi più ricchi.

Mustafa e il cartello indicante il suo albergo.

Mustafa e il cartello che annuncia ai viaggiatori la posizione del suo albergo.

Il lavoro di guida può essere duro ma è sempre meglio che lavorare...

Il lavoro di guida può essere duro ma è sempre meglio che lavorare…

 Lunedì 22 febbraio 2015 il rendez-vous è fissato per mezzogiorno nel villaggio di Touz, un sito minerario dove termina la strada asfaltata che giunge da Rissani. Alle 11.59 posteggio la Duster davanti all’unico baretto del paese, un locale legato ad un particolare episodio avvenuto qui qualche anno fa. In quell’occasione posteggiai l’auto nello stesso punto, feci due passi in giro giusto per capire che non c’era nulla di particolare da vedere o fotografare in paese, quindi mi accomodai sulle sedie malandate del bar per concedermi una Coca prima di riprendere il viaggio. Tornato al parcheggio trovai ad attendermi un bambinetto un po’ in apprensione che timidamente mi fece capire che aveva fatto la guardia al veicolo. In effetti avevo lasciato l’auto aperta, i finestrini giù e tutta la mia nuova apparecchiatura fotografica digitale in bella vista sul sedile anteriore: bastava una mano lesta per portarsi a casa quello che una famiglia del posto non sarebbe riuscita a guadagnare in anni di lavoro… Forse il piccolo custode non avrebbe sventato il furto se qualcuno avesse voluto veramente perpetrarlo, però apprezzai molto la sua buona volontà e la sua onestà e si meritò di certo il soldino e la manciata di bombi che gli lasciai.

Questa volta invece non ho avuto neppure il tempo di abbassare il finestrino dell’auto perchè il cugino di Mustafa mi stava già attendendo davanti al caffè. La rete familiare da queste parti è capillare e ramificata, tutti sono più o meno imparentati e il network funziona come e meglio di quelli della Cisco System. Mustafa mi accoglie indossando il copricapo d’ordinanza, il turbante nero, una maglia francese marca Quechua e un paio di infradito con il simbolo dei Berberi: la lettera Yaz dell’alfabeto tuareg (lettera che ricorda la stilizzazione di un essere umano a braccia aperte).

La bandiera berbera con lo Yaz, la lettera Z del loro alfabeto: rappresenta l'uomo libero che lotta per l'indipendenza.

La bandiera berbera con lo Yaz, la lettera Z del loro alfabeto: rappresenta l’uomo libero che lotta per l’indipendenza.

Subito comprendo il valore di una guida in questo territorio. Evitiamo la pista principale, quella su cui mi avrebbe portato il navigatore satellitare, per una “allungatoia” che però offre un sedime stradale decisamente più scorrevole. Testiamo quindi la Duster sulla sabbia, giusto per comprendere se l’indomani sulla pista per Zagora la macchina sarà all’altezza. Prima su alcune dunette innocue poi sempre più spavaldi fino alle grandi dune dell’Erg Ouzina. La guida sulla sabbia morbida del deserto è certamente divertente ed esaltante ma richiede piglio deciso, prontezza e pochi indugi; devo comprendere ed eseguire immediatamente le indicazioni di Mustafa che mi mostra la strada nell’intrico sabbioso: salire, scendere, percorrere la cresta della duna o buttarsi alla cieca giù per un suo ripidissimo versante. Basta un attimo di incertezza per rallentare nel posto sbagliato e ritrovarsi con la “pancia” della Dacia appoggiata sul bordo della duna con le ruote che girano a vuoto sollevando un gran polverone. In questi casi per uscire dall’impasse servono pala, piastre (tavole flessibili da posizionare sotto le ruote insabbiate) e tanta pazienza.

Sulle dune di Ouzina.

Sulle dune di Ouzina.

 

Sul erg di Ouzina. Copyright © 2015 Roberto Caucino

Sul erg di Ouzina. Copyright © 2015 Roberto Caucino

L'erg di Ouzina al tramonto. Copyright © 2015 Roberto Caucino

L’erg di Ouzina al tramonto. Copyright © 2015 Roberto Caucino

Terminata la sessione stile Paris-Dakar e prima di dirigerci all’albergo, ci attendono un paio di altre deviazioni. La prima per visitare le miniere di piombo e quarzo delle montagne: essenzialmente sono fossati scavati a mano che seguono i filoni di minerali lungo pendii sassosi. E’ un lavoro durissimo e scarsamente retribuito (circa cinquanta euro per ogni tonnellata di minerale estratto, smussato e impilato, tutto a colpi di pala e piccone sotto il sole rovente), l’unico operaio che incontriamo e salutiamo è un anziano barbuto: è il mullah del villaggio verso cui ci stiamo dirigendo.

La valle "verdeggiante", per i criteri sahariani, di Ouzina. I rilievi sullo sfondo sono la frontiera con l'Algeria. Copyright © 2015 Roberto Caucino

La valle “verdeggiante”, per i criteri sahariani, di Ouzina. Oltre i rilievi sullo sfondo si trova la frontiera con l’Algeria. Copyright © 2015 Roberto Caucino

Ragazzini a spasso in bici sulle dune. Copyright © 2015 Roberto Caucino

Ragazzini in bici sulle dune. Copyright © 2015 Roberto Caucino

Una manciata di case color terra e un piccolo palmeto costituiscono il paesotto di Ouzina, coricato tra una valle sorprendentemente verdeggiante e uno scosceso altopiano oltre cui si trova la frontiera algerina. – Vedi quella torretta? – mi chiede Mustafa indicando con il dito un lontano edificio posto sul bordo seghettato dell’altopiano – e quell’altra laggiù in fondo? Sono i punti di controllo dell’esercito. Con radar e telecamere verificano che nessuno passi. In nessuna direzione. – La frontiera meridionale tra Marocco e Algeria è infatti chiusa da molti anni, da quando Rabat accusò Algeri di appoggiare il fronte separatista del Polisario che dagli anni settanta lotta per l’indipendenza del Sahara Occidentale. Da oltre vent’anni vige un cessate il fuoco che ha fatto zittire le armi ma non ancora riavviato quelle relazioni commerciali transfrontaliere che da secoli rendevano questa regione un porto terrestre di arrivo e partenza delle merci sulla rotta interna fra il Maghreb e l’Africa subsahariana. Ad accoglierci nella dimora di Mustafa troviamo un thè alla menta, accompagnato da dolcetti alle mandorle, già pronto fumante quando ci accomodiamo sui tappeti dello spartano salotto. Le donne di casa, madre e sorella maggiore della guida, sono come sempre defilate, una “non-presenza” che porta ai minimi termini il concetto di relazione interpersonale: il forestiero viene trattato dall’altra metà del mondo berbero con cortesia e deferenza ma sempre a distanza di sicurezza da ogni contatto ravvicinato. Sola la piccola Fatima, che sta compiendo i primi passi, si avvicina senza timore alla zio, incuriosita dalla strana presenza dello straniero e desiderosa di agguantare un biscotto.

Mustafa, la piccola Fatima e il forestiero barbuto. Copyright © 2015 Roberto Caucino

Mustafa, la piccola Fatima e il forestiero barbuto. Copyright © 2015 Roberto Caucino

Il sole intanto corre veloce verso l’orizzonte ed è ora di puntare il muso del 4×4 verso l’hotel Porte de Sahara, il poco originale nome dell’alberghetto di famiglia. La struttura è in pisè, la tecnica tradizionale di costruzione da queste parti: edifici ad un solo piano con mura in fango e paglia e soletta costituita da rami di palma. Tutto a chilometri zero ovviamente. L’ambiente è carino e denota una certa cura anche nei dettagli. Ma io non sono un viaggiatore a caccia di hotel di charme o di esotismo plastificato. Quello che ho veramente apprezzato di questo breve soggiorno è aver potuto cenare in cucina con la famiglia, dividendo il tajine di verdura e montone con Mustafa e i suoi fratelli, scherzare sulla loro moto cinese nuova di zecca rimasta senza benzina e poi sedermi all’aperto sui tappeti per ascoltare il silenzio della sera, ammirare le stelle che iniziano a brillare nel cielo che abbandona lentamente i colori del tramonto e godermi qualche inebriante boccata di un narghilè alla vaniglia (o almeno quello era il profumo).

Il piccolo albergo di Mustafa nella valle do Ouzina: probabilmente ero l'unico turista di tutta la zona. Copyright © 2015 Roberto Caucino

Il piccolo albergo di Mustafa nella valle di Ouzina: probabilmente ero l’unico turista di tutta la zona. Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

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Tutto fatto a mano da Mustafa e fratelli. La tecnica è il pisè: mattoni di fango e paglia, soletta in rami di palma. Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Anche i dettagli sono importanti. Copyright © 2015 Roberto Caucino

Anche i dettagli sono importanti. Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Il cielo infinito del sud. Copyright © 2015 Roberto Caucino

Il cielo infinito del sud. Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

La mattina successiva la giornata si annuncia splendida: l’aria è limpidissima e il cielo di un impressionante blu profondo dove splende il graffiante sole africano. Puntiamo diretti verso ovest lasciandoci alle spalle l’Erg Ouzina e i suoi cinque piccoli alberghi: scrutandoli mi rendo conto di essere stato la sera prima l’unico ospite straniero della valle… e siamo solo a pochi chilometri da Merzouga e i suoi bus turistici. Il paesaggio è meraviglioso: grandi orizzonti, cucuzzoli rocciosi stravaganti, banchi di sabbia arancione contornati da rigogliose acacie e cespugli fioriti. La pista corre veloce sui chot (fondi essiccati di laghi occasionali) e rallenta sui tavolati cosparsi di pietre levigate da millenni di tempeste di sabbia.

Tratti sabbiosi...

Tratti sabbiosi…

 

... e chot, bacini asciutti su cui si può marciare veloci. Copyright © 2015 Roberto Caucino

… e chot, bacini asciutti su cui si può marciare veloci. Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

I colori del deserto e la "montagna tajine", così chiamata perchè ricorda il caratteristico coperchio della pentola marocchina.

I colori del deserto e la “montagna tajine”, così chiamata perchè ricorda il caratteristico coperchio della pentola marocchina.

Con una certa ansia raggiungo il piccolo centro abitato di Ramlia: l’indicatore del gasolio sta scendendo troppo velocemente e sarebbe opportuno un rifornimento ma so che non ci sono distributori fino a Zagora, centocinquanta chilometri a ovest. Niente paura, la mia guida mi conduce nel “centro commerciale” del paese: un minuscolo spaccio che offre pane, verdure, scatolette, acqua e cocacola e… gasolio. Facciamo rifornimento alla moda berbera: bottiglione da cinque litri riempito dal bidone e versato nel serbatoio tramite tubo e imbuto. Non so se fanno la cresta sul prezzo ma non importa, sempre meglio che trovarsi a piedi in mezzo al deserto. Mentre è in atto l’operazione di rifornimento alcuni bambini, forse i figli del “benzinaro”, si avvicinano con un paio di biciclettine arrugginite per mostrarmi quanto sono bravi a fare le “penne”. I due ragazzini sono tutti felici di farsi fotografare, invece la sorellina più piccola che li accompagnava corre a nascondersi: la cultura di negarsi all’occhio indiscreto della macchina fotografica viene inculcata già in tenera età.

Il "centro commerciale" di Ramlia. Copyright © 2015 Roberto Caucino

Il “centro commerciale” di Ramlia. Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Distributore berbere... Copyright © 2015 Roberto Caucino

Distributore berbere… Copyright © 2015 Roberto Caucino

 

Mentre è in atto l'operazione di rifornimento dei bambini si avvicinano con un paio di biciclettine arrugginite per mostrarmi quanto sono bravi a fare le "penne".

Mentre è in atto l’operazione di rifornimento dei bambini si avvicinano con un paio di biciclettine arrugginite per mostrarmi quanto sono bravi a fare le “penne”.

Lasciamo il paesino ma solo per poco: il guado posto appena fuori il villaggio è impraticabile per le forti piogge dei giorni precedenti. Qui Mustafa si guadagna veramente la pagnotta: mi guida in un intrico di piste risalenti il fiume tra acacie e insidiosi tratti di feche-feche (finissima e infida sabbia inconsistente da affrontare con particolare attenzione) fino a giungere in una zona dove il sedime del corso d’acqua diviene più ampio ma anche più agevole da guadare. Non siamo soli perchè un Pajero con a bordo tre francesi indecisi sulla strada da prendere ha pensato di accodarsi alla nostra piccola ma efficiente Dacia. La cosa non è certo un disturbo per noi: procedere su questi terreni con otto ruote è sempre meglio che con quattro. Il guado in effetti si rivela facile ma dobbiamo ancora trovare l’intersezione con la pista principale che giunge dall’altro guado inagibile. Grazie all’occhio sveglio di Mustafa e a un paio di piste alternative percorse da grossi camion da cava ci congiungiamo con la pista principale e puntiamo veloci verso il Kem Kem, una catena montuosa famosa per i ritrovamenti fossili.

Prima di un guado sempre meglio tastare il fondo per evitare sorprese.

Prima di un guado sempre meglio tastare il fondo per evitare sorprese.

 

Questa è fatta!

Questa è fatta!

 

Duster on the road.

Duster on the road.

 

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Una meravigliosa fioritura di Aouingh, un arbusto selvatico caratteristico del Marocco sahariano.

 

La pianta ha la capacità di rimanere in morte apparente per anni....

La pianta ha la capacità di rimanere in morte apparente per anni….

 

... per poi esplodere in fioriture straordinarie quando le precipitazioni lo consentono.

… per poi esplodere in fioriture straordinarie quando le precipitazioni lo consentono.

 

Un pozzo d'acqua e un'acacia solitaria. Poco lontano vedremo alcune tende di nomadi che spesso si accampano nei pressi delle rare e vitali fonti d'acqua.

Un pozzo d’acqua e un’acacia solitaria. Poco lontano ci imbatteremo in alcune tende di nomadi che spesso si accampano nei pressi delle rare e vitali fonti d’acqua.

Al bivacco di Kem Kem, in realtà un punto geografico circondato dal nulla, prendiamo una meritata pausa a base di the, tajine e, ovviamente, contrattazione su fossili di pesciolini che sguazzavano da queste parti qualche milione di anni fa. Il gestore del caravanserraglio è un allampanato, affabile e sdentato tuareg la cui tunica blu mal si intona con il pesante pile rosso da inserviente di stazione di servizio Shell indossato dall’aiutante. In effetti da queste parti incontri parecchi personaggi strampalati, probabilmente gli stessi che stanno riscoprendo un’attività antica e romantica come quella del trasporto di merci su cammello. Solo che oggi, anziché caricare spezie e sale, le carovane percorrono il deserto a passo serrato per tutta la notte trasportando sigarette e hashish da e per l’Algeria. I cammelli, a differenza dei fuoristrada, non hanno fanali, non fanno rumore, non sollevano polvere, sono quindi difficilmente individuabili dall’esercito che pattuglia la frontiera. Insomma questi mansueti e brontoloni quadrupedi sono ritornati a fare il loro antico mestiere, complici inconsapevoli di traffici oscuri ma forse felici di non tediarsi chiusi nel recinto di qualche luna-park.

Il bivacco Kem Kem; no indirizzo o città, solo coordinate geografiche: siamo nel cuore di quella parte di mappa fatta di beige uniforme.

Il bivacco Kem Kem; no indirizzo o città, solo coordinate geografiche: siamo nel cuore di quella parte di mappa fatta di beige uniforme.

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Contrattando fossili tra un the alla menta e un tajine.

I chilometri e le ore passano, il paesaggio si fa un po’ monotono ma la meta si avvicina, dobbiamo solo affrontare due ultime salite. Dietro una curva ci troviamo a un posto di guardia dell’esercito, un soldatino un po’ malinconico ci controlla i documenti annotando le nostre generalità. Immagino la sua vita non molto movimentata, il traffico da queste parti non è intenso, probabilmente siamo la prima auto della giornata, quindi tempo per annoiarsi ne avrà da vendere. Perchè è finito quaggiù, lontano da tutto? E’ stato per punizione o è un passaggio obbligato per salire di grado o ancora una scelta volontaria per guadagnare punti e farsi poi trasferire più vicino a casa? Mi piace immaginare che semplicemente, in una fase della sua vita, ha sentito il bisogno di farsi da parte dal mondo, ritagliarsi un angolo di universo tutto per lui. Sedersi sul tetto del suo avamposto, nel tardo pomeriggio, quando le ombre diventano lunghe e il sole inonda di una calda luce radente colline, monti, nuvole, accendersi una sigaretta e pensare a qualcuno molto lontano, forse qualcuno che non c’è più. Poi la sigaretta finisce, il sole si spegne, un giorno termina portandosi via quello che è stato. Per ripartire bisogna fermarsi, a volte funziona. E il deserto aiuta.

Verso sud.

Verso sud.

 

Improvvisi ma vivissimi esempi di vita.

Improvvisi ma vivissimi esempi di vita.

 

I forti, intensi colori del deserto

I forti, intensi colori del deserto

Lasciamo il giovane soldato ai suoi pensieri e maciniamo veloci gli ultimi chilometri della pista. Il tramonto si avvicina mentre attraversiamo un rilievo pieno di fantasmagorici fiori lilla, una fioritura esplosiva dovuta alle abbondanti piogge dell’inverno. Scendiamo infine in una vasta pianura, sembra una savana dell’africa australe dove, a sorpresa, incontriamo una famiglia di asini selvatici. Più che famiglia era una mamma asina, gravida, con il suo puledrino. L’immagine e la sensazione è stata piacevolissima. Non avevo mai visto degli asini in libertà, nel loro ambiente naturale. Sempre e solo a lavoro, oberati da un pesante fardello in groppa, una vita tutta biada e bastone. Qui li vedo finalmente liberi, ci fissano curiosi ma distaccati, siamo un momento nella loro esistenza, non dovranno dimenticarci perchè non hanno bisogno di ricordarci.

Asinello con mamma  asina, già in attesa del fratellino. Finalmente vedo due asini nel loro ambiente naturale, affrancati dalla vita tutta biada e bastone dei loro meno fortunati cugini di città.

Asinello con mamma asina, già in attesa del fratellino. Finalmente vedo due asini nel loro ambiente naturale, affrancati dalla vita tutta biada e bastone dei loro meno fortunati cugini di città.

 

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Wow.

 

 

Le fioritura di Aouingh è un trionfo negli ultimi chilometri di pista.

La fioritura di Aouingh è un trionfo negli ultimi chilometri di pista.

E’ con questo istante puro e semplice che termina il tragitto. La mappa dell’atlante che osservavo da ragazzo, che sembrava solo un’area di colore omogeneo solcata da poche curve di livello, ora è piena di ricordi ed emozioni. Le cartine vanno studiate, analizzate, sfruttate ma poi un giorno bisogna ripiegarle, metterle nel cassetto e partire.

Marocco o Tanzania?

Marocco o Tanzania?

 

Le cartine vanno studiate, analizzate, sfruttate ma poi un giorno bisogna ripiegarle, metterle nel cassetto e partire.

Le cartine vanno studiate, analizzate, sfruttate ma poi un giorno bisogna ripiegarle, metterle nel cassetto e partire.